Apr 20

Topinambur a Marco Simone

Ambiente

Topinambur

Cos’è il topinambur?

Una patata Austriaca, ecco cos’è. Una semplice e comunissima patata che qui da noi è poco conosciuta, così poco che nei nostri supermercati di zona non è in vendita. Siccome a me piace tanto, ogni volta che ne ho voglia faccio una passeggiata a raccoglierne un po’ ma solo esclusivamente in inverno e tanto quanto basta per farne o un purea, un pinzimonio oppure mischiarlo insieme ad altre erbe di campo di cui parlerò in seguito e farne un gustosissimo  minestrone o una gustosissima insalata.

Si, insalata, perché il topinambur anche crudo da il meglio di se. Dal sapore che ricorda sia la patata che il carciofo sbucciato, tagliato a fettine sottili e condito con dell’ottimo aceto balsamico tradizionale o con olio e limone è una prelibatezza da non perdere.

A Marco Simone e Setteville Nord  il topinambur si può trovare un po’ ovunque. Alcuni ce l’hanno in giardino o nei vasi, lo tengono come fiore da decoro non sapendo di possedere una pianta le cui radici sono commestibili.

Grazie al contenuto di inulina è una pianta molto adatta ed indicata nella dieta di persone diabetiche. Il topinambur ha un effetto molto positivo sulla flora batterica, rinforza le difese immunitarie che ci aiutano a prevenire e a contenere i mali di stagione. Il tubero inoltre è ricco di sali minerali ed ha il pregio di  ridurre il colesterolo. Una bella scorpacciata di topinambur dopo le feste è sicuramente uno dei migliori modi per riequilibrare l’organismo.

Vi starete chiedendo dove trovare il topinambur! Vi do un indizio: in tarda estate fa dei fiori gialli bellissimi molto simili a delle margherite giganti ( non posso mettervi una foto perché in inverno le piante seccano ma su internet se ne trovano decine). Basta individuare il punto in cui fiorisce e aspettare che arrivi l’inverno e il gioco è fatto.

Mi raccomando durante la raccolta rispettate l’ambiente, lasciate sempre parte della radice così che la pianta l’estate successiva ricresca di nuovo bella e carica di nuovi succulenti tuberi.

Buon topinambur a tutti.

Sergio Norrito

Apr 19

L’educazione Socioaffettiva a Scuola

Psicologia

socioaffettivaIn Italia il dibattito sull’introduzione dell’ “educazione sessuale” a scuola si è posto, contrariamente a quanto si può comunemente pensare, fin dai primi anni del secolo. Già nel 1902, il Ministro della Pubblica Istruzione rispose a domande dove si chiedeva che venissero istituiti negli ultimi anni delle scuole dei corsi di igiene sessuale per la prevenzione delle malattie veneree.

Pochi anni dopo, nel 1911, in corrispondenza con un significativo aumento della diffusione di malattie sessualmente trasmissibili (MST), venivano date le indicazioni per la prevenzione nelle scuole e si auspicava la promulgazione di una legge che disciplinasse l’obbligatorietà dell’educazione sessuale nella scuola, intesa nei termini di informazione sull’igiene sessuale. Si potrebbe continuare ancora per lungo tempo, in torno al dibattito sull’utilità e l’opportunità di introdurre obbligatoriamente l’educazione sessuale a scuola, ma quasi sempre per la necessità di intervenire ad arginare epidemie di malattie a trasmissione sessuale.

Solo dopo il Sessantotto, come conseguenza dei mutamenti sociali e culturali, si è cominciato realmente a porre la questione non solo in termini sanitari, ma come educazione alla sessualità inserita nel quadro di un armonico sviluppo della personalità. Dagli anni Settanta in poi vari fenomeni (l’istituzione dei Consultori Familiari, i dibattiti sulla contraccezione e l’introduzione volontaria della gravidanza, le tecniche di fecondazione artificiale, le malattie sessualmente trasmissibili e la necessità di agire attraverso la prevenzione) hanno contribuito a riaccendere il dibattito sull’introduzione dell’educazione sessuale a scuola, fenomeni che però non sono stati sufficienti a definire la questione dell’educazione sessuale a scuola.

La prima proposta di legge per l’introduzione dell’educazione sessuale nella scuola risale al 1975 e successivamente se ne sono aggiunte altre, fino ad arrivare al 1979 a un testo di proposta unificato. Da allora più volte tale testo è stato riproposto, con le dovute modifiche, ma mai è riuscito a superare la discussione delle commissioni parlamentari, in quanto il dibattito si arenava sulle questioni di ordine morale e valoriale. Dall’altra parte, anche la scuola ha assunto un atteggiamento conflittuale verso questo dibattito: da una parte vi è chi auspica che si arrivi in breve a una regolamentazione in materia, dall’altra chi tende a rimuovere il problema.

La ricerca pedagogica ha dato scarsi contributi sull’argomento, facendo vivere agli insegnanti una sensazione di delega esclusiva della responsabilità di fare educazione sessuale. Bisogna poi pensare alla complessità della tematica, anche in funzione dei mutamenti culturali e ai fattori di ordine etico che pongono anche problemi di rapporto con le famiglie.

Vi sono però altri fattori, che sono oggetto di discussione e che contribuiscono a confermare la necessità di introdurre l’educazione sessuale a scuola:

  • Il mutamento della struttura della famiglia con l’evoluzione dei modelli sociali e le profonde modificazioni dei ruoli maschili e femminili,
  • Il prolungarsi dell’adolescenza e della dipendenza dei genitori dovuto all’innalzamento del livello degli studi e al fenomeno della disoccupazione,
  • La graduale dissociazione tra sessualità e generatività che, al di là delle varie posizioni etiche e ideologiche costringe a ricercare nuovi valori, nuovi significati da attribuire alla sessualità umana,
  • L’aumento della pornografia e l’utilizzo sempre più vistoso dei messaggi erotici nei mass media,
  •  La ricerca di nuove forme di soddisfazione sessuale.

Viviamo quindi in un periodo in cui i principi, le regole, i ruoli e i modelli tradizionali si sono andati gradatamente sgretolando; allo stesso tempo però non è semplice trovare modelli e valori sostitutivi che permettano alle nuove generazioni di orientarsi. Tutto ciò permette di sostenere l’importanza di affrontare in modo sistematico l’ “educazione sessuale” nelle varie età della crescita e nelle varie agenzie della vita sociale, soprattutto nella scuola e nella famiglia.

Ritengo che, il “non fare” e il “metodo del silenzio” espongono bambini e ragazzi a paure, ansie, sensi di colpa, eccessi fantastici e comportamentali, che rischiano di contribuire negativamente allo sviluppo della personalità.

L’ “educazione sessuale” non può essere intesa come semplice trasmissione d’informazioni, ma deve essere inquadrata nell’ambito più globale dello sviluppo delle capacità comunicative e relazionali della persona. Un progetto di “educazione sessuale” deve rispondere alla doppia esigenza di corrette informazioni associate a un’ “educazione socioaffettiva”. L’ “educazione sessuale” pertanto può essere intesa come un progetto educativo generale di sviluppo della personalità nella sua globalità e delle potenzialità di ognuno; è un progetto di sviluppo della capacità di vivere la sessualità armoniosamente inserita nello sviluppo e nell’evoluzione globale della persona.

Oggi si parla quindi di “educazione socio-affettiva per sottolineare l’intenzione di definire la sessualità non solo per le sue dimensioni biologica e riproduttiva, ma anche per quella culturale, relazionale e affettiva. Il termine sottolinea l’importanza di prendere in considerazione sia gli aspetti fisiologici e corporei, sia tutto ciò che riguarda la consapevolezza e il riconoscimento delle emozioni e dei sentimenti propri e altrui.

Laura Colonna

Apr 14

Trapuntina di zucca su letto di zucchine al profumo di erbe

Cucina

Visto che il giudice ci dice che le ricette sono coperte dal diritto di autore, oltre alla ricetta zuccacreo anche il nome della pietanza inventata. Sicuramente è un incentivo a condividere le creazioni culinarie dettate dalla fantasia mentre si sta tra i fornelli. Non so a voi ma a me piace improvvisare in cucina, anche prendendo spunto dalle ricette altrui. Tra alcune sperimentate in questi ultimi tempi, che puntualmente dimentico, questa che sto per illustrarvi si è distinta al palato.

Ingredienti:

  •  tuorli d’uovo
  • zucchine
  • zucca
  • melissa
  • mentuccia romana
  • salvia

Non vi do le quantità soltanto perché la ricetta è frutto della mia fantasia e man mano che procedo decido le quantità in base al numero di persone per cui voglio cucinare e all’ingrediente che voglio far prevalere.

Porto ad ebollizione la zucca in acqua salata, 5 minuti da quando bolle. Nel frattempo faccio le zucchine a fette sottili 2/3 millimetri. Metto la zucca cotta in un frullatore assieme alla melissa, la mentuccia, poca salvia. Nessuna delle tre erbe deve prevalere sull’altra. Un po’ di extravergine e i tuorli. Frullo. Prendo una teglia e faccio il primo strato di zucchine dopo averla unta appena con un po’ d’olio. In seguito metto uno strato della crema ricavata e uno strato di parmigiano reggiano grattugiato e di nuovo le zucchine, fino a fare alcuni strati. Io ne ho fatti quattro finendo con il parmigiano. Un’ ora circa in forno a 180° e vi delizierete.

 

 

Dic 11

Sagrantino di Montefalco. Una lunga storia tra sacro e profano

Enogastronomia

sagrantino1

“Il Sagrantino è un vino complesso, riconoscibile e oggi maggiormente fruibile. Ma è soprattutto un vino che parla del suo territorio perché non è ripetibile in nessun altro luogo con la stessa levatura qualitativa e una performance così specifica come quella che ottiene a Montefalco. Questa è la sua forza e quando un vino è così rappresentativo del suo territorio è da salvaguardare.”

(Riccardo Cotarella, Presidente del Comitato Scientifico del Padiglione Vino di Expo2015).

Il Sagrantino di Montefalco prende il nome dall’omonimo vitigno da cui viene prodotto e sembra non presentare alcun legame di parentela con nessun altro vitigno italiano. Coltivato da secoli esclusivamente nei cinque comuni della zona di Montefalco, il Sagrantino viene considerato autoctono, nonostante siano varie le ipotesi riguardanti la sua origine.

Pare che questa vada ricercata tra i rami dell’albero genealogico del vitigno saperavi georgiano, al di là del Caucaso, da dove potrebbero averlo portato alcuni frati francescani che avevano avuto modo di apprezzarne l’alto grado zuccherino e anche l’eccellente resistenza al marciume.

Per quanto possa sembrare incredibile, già nel XIV secolo a Montefalco erano in vigore leggi simili all’attuale sistema di denominazione inaugurato dai francesi, regole che andavano rispettate per tutelare il “sacro vino” locale, usato essenzialmente durante le feste religiose e familiari, e dai sacerdoti per officiare la comunione. Non a caso, il nome “sagrantino” si fa risalire ai concetti di “sacro” e “sagra”.

La vera storia del Sagrantino così come lo conosciamo oggi, lo si deve in gran parte dalla volontà di un produttore locale, con l’intento di valorizzare una produzione viticola ancora poco strutturata e generica, quale era appunto quella della fine degli anni sessanta. Arnaldo Caprai acquista così nel 1971 una azienda agricola vitata dalla quale vuole ottenere il vino che beveva nella sua giovinezza e vuole che sia il vino del suo territorio.

Inizia da allora un approfondito studio ampelografico, cercando di capire quale fosse la genetica del vino che era prodotto in zona. Inizia lo studio di tutte le varietà che si trovano in zona, le si analizza e classifica; si iniziano a studiare i migliori modi di allevamento per ciascuna di esse, e si comincia a vinificare.

I risultati degli studi sono però sorprendenti. All’interno del materiale genetico complesso che si è riusciti a raccogliere si trova persino, grazie a tecniche di autofecondazione, del Sagrantino bianco.

La DOC arriva nel 1979 ed il disciplinare mette ordine nelle abitudini di coltivazione della zona,  creando un vino il cui nome inizia a crescere nel paese.

Per la Arnaldo Caprai la svolta arriva però nel 1989 quando Marco Caprai inizia ad occuparsi dello sviluppo del Sagrantino in maniera scientifica attivando collaborazioni sia con l’Istituto di Coltivazioni Arboree della Facoltà di Agraria di Milano, sia con l’Istituto Agrario di San Michele all’Adige ed avvalendosi inoltre della collaborazione di due enologi di primo piano, Attilio Pagli, creatore di molti vini blasonati e il professor Valenti dell’università di Milano, noto genetista specializzato in cloni di vite, a cui fu affidato il compito di rintracciare e identificare il vitigno madre del sagrantino.

I 60 cloni selezionati in piccole vigne appartenute da tempo immemorabile sempre alle stesse famiglie,  furono il primo passo verso il salvataggio del sagrantino e la preparazione del suo ritorno in auge. A coronamento di tutto questo lavoro nel 1996 il “25 anni” ottiene i 3 bicchieri del Gambero Rosso. Da questo momento in avanti il Sagrantino inizia il percorso che lo porterà ad affermarsi come uno dei vini più interessanti d’Italia.

Ma l’approccio scientifico caratterizza l’azienda ancora oggi. La presenza di campi sperimentali in cui si continua a cercare il modo di coltivazione più adatto ai diversi cloni, gli studi sulla vinificazione e le continue ricerche di nuove varietà, in una sorta di archeologia ampelologica, fanno intuire come ancora molto ci sarà da raccontare su queste viti.

Una delle scoperte più interessanti riguardo al Sagrantino è quella di essere uno dei vini più ricchi in polifenoli e questa caratteristica gli conferisce una grande personalità. Fulvio Mattivi della Fondazione Edmun Mach ha di recente presentato i risultati scientifici ottenuti dalla caratterizzazione dei tannini nei vini Sagrantini e non, condotti per mettere a confronto il tannino di questa varietà con quello dei più noti vitigni internazionali (ad esempio Cabernet Sauvignon, Nebbiolo, Pinot Nero, Sangiovese inclusi i vini Tannat dell’Uruguay considerati a livello internazionale tra i prototipi dei vini ricchi in tannino).

La conclusione generale di questo studio è che dal punto di vista del contenuto in polifenoli, ed in particolare in tannini, il Sagrantino “inizia” dove gli altri vini “finiscono”. Risulta distinguibile sia per la quantità e quindi per la composizione del proprio tannino, a livello internazionale. Un aspetto tanto singolare, è reso possibile dal peculiare tannino varietale e dal disciplinare di produzione che rendono questo vino unico dal punto di vista compositivo e riconoscibile tra tutti dal punto di vista analitico.

Le DOC regola la produzione di tre vini: il Sagrantino di Montafalco, sia secco che passito (vitigno Sagrantino in purezza con concorrenza di Trebbiano toscano fino ad un massimo del 5%) ed il Rosso di Montefalco, (costituito da Sagrantino per il 5-10%, Sangiovese per il 65-75%  e da Trebbiano toscano per il 15-20%). Nel 1992 il Sagrantino di Montefalco ottiene la DOCG, che segnerà una svolta nello sviluppo di questo vino.

Il Disciplinare prevede il territorio DOCG limitato a Montefalco, Bevagna, Guado Cattaneo, Castel Ritaldi e Giano dell’Umbria, una produzione massima di 80 q.li/Ha di uva, ed un tempo minimo di invecchiamento di 30 mesi, di cui almeno 12 trascorsi in botti di legno.

Dal 2000 ad oggi, con una superficie di vigneti DOCG quintuplicata (da 122 a 650 ettari) e la nascita di 30 nuove cantine, la produzione del Montefalco Sagrantino DOCG è triplicata passando da 660mila bottiglie a oltre 1,5milioni per un giro d’affari di circa 100 milioni di euro. Dati che influiscono, anche e soprattutto, sull’economia del territorio che ha registrato, nel 2013, un +3% di occupazione e un +36% di attività produttive con un’impennata del +17% di presenze turistiche.

Il prossimo obiettivo sarà potenziare l’aspetto qualitativo dell’intera filiera, partendo dalla presentazione di un nuovo disciplinare, e continuando a puntare sulla formazione tecnica grazie alla quale, nel 2015, è stato raggiunto il traguardo di 5milioni di bottiglie vendute, il valore più alto in assoluto per questa denominazione.

Una storia straordinaria di lungimiranza, fiducia e lavoro, quella del Sagrantino, un vino da bere invecchiato, per dargli modo di controllare l’enorme potenza dei suoi contenuti polifenolici, di ammorbidire le sue punte, di svolgere tutta la sua potenza e la sua eleganza.

La denominazione con la quale può essere commercializzato è Sagrantino di Montefalco o Montefalco Sagrantino, ed esiste in due tipologie, ”secco” e ”passito”.

I sagrantini secchi di Montefalco rappresentano una ventata di relativa novità nell’enologia locale. Un tempo, il sagrantino era realizzato solo nelle versioni dolci. Dopo la vendemmia, i grappoli venivano lasciati appassire per alcuni mesi, ottenendo una variante appunto passita del vino. La spiegazione di tale scelta è semplice: questa cultivar è caratterizzata da bacche piccole, e per natura non dà raccolti abbondanti.

Tali peculiarità conferiscono al sagrantino un contenuto di tannini eccezionalmente alto, difficilmente “educabile”. La soluzione a cui si giunse nel medioevo fu quella di bilanciare i tannini attraverso l’appassimento, processo che concentra gli zuccheri naturalmente presenti nelle bacche. I vini così ottenuti erano perlopiù carichi, ricchi e dal grande potenziale.

Il Passito

Il Sagrantino di Montefalco Passito è ottenuto selezionando i grappoli e lasciandoli appassire sopra degli appositi graticci di legno per circa due mesi. Le uve, dalla particolare resistenza, non marciscono, e mantengono pressoché inalterato il loro grado zuccherino.

Si presenta con un colore rosso rubino intenso, quasi cupo e impenetrabile, tendente al violaceo o al granato, se lasciato riposare in cantina. I profumi che sprigiona diventano sempre più complessi con l’affinamento, ma mantengono una nota dominante nella mora di rovo.

Il risultato è un grandioso vino ”da meditazione”, buono da bersi in compagnia senza la necessità di abbinare alcun tipo di cibo. In ogni caso gli accostamenti classici prevedono la pasticceria secca, crostate a base di more o altra frutta rossa. Se particolarmente invecchiato è ottimo anche accompagnato da pecorini piccanti e stagionati.

Centro Nazionale dei Vini Passiti

Nel 2002 è nato a Montefalco il Centro Nazionale dei Vini Passiti, con lo scopo di catalogare, descrivere e diffondere la cultura dei vini passiti in Italia. Si tratta di una tipologia di vini del tutto particolare, dalla difficile produzione e comprensione. Recentemente sono stati scoperti e lentamente tentano di farsi largo smarcandosi dal solo mercato di nicchia. I vini passiti costituiscono un punto di vista prezioso per comprendere la realtà vitivinicola del territorio di cui sono espressione, essendo spesso frutto di vitigni autoctoni, e di diverse tecniche di appassimento. Uno dei progetti realizzati dal Centro è stata la pubblicazione del primo Atlante dei Vini Passiti Italiani, un prezioso elenco di tutti i vini dolci e liquorosi della penisola. I vini passiti sono probabilmente destinati a rimanere confinati in un piccolissimo segmento di mercato, sia perché la loro produzione prevede una rigida selezione dei grappoli e delle uve, sia perché il prezzo finale risulta inevitabilmente elevato. Ma la loro produzione resta un patrimonio da difendere e da custodire gelosamente, così legata al territorio, alla sua storia e al sapiente lavoro dell’uomo.

Il Secco

Il Sagrantino di Montefalco nella sua tipologia secco, si ottiene vinificando in purezza le uve Sagrantino, così come pure avviene per il passito. La gradazione alcolica minima deve essere di 13° e prima di essere messo in commercio deve subire un processo di invecchiamento di almeno 30 mesi, di cui dodici in botti di legno. Ne deriva un vino di gran corpo, caldo e dall’intenso profumo di mora di rovo, dal colore rosso rubino molto intenso. Si abbina a piatti tipici locali strutturati, ai piatti al tartufo, alla selvaggina e alla cacciagione, ma anche con formaggi a pasta dura.

Merry Sagrantino

Per chi volesse scoprire più da vicino tutte le caratteristiche di questo straordinario vino, lo splendido borgo di Montefalco rinnova l’appuntamento prenatalizio con Merry Sagrantino. L’evento, a cura del Consorzio Tutela Vini Montefalco, giunge quest’anno alla sua quinta edizione e si inserisce all’interno della manifestazione “C’era una volta…” a Natale organizzata dal Comune di Montefalco.

Per la quinta edizione dell’evento prenatalizio, a cura del Consorzio Tutela Vini Montefalco, i vini del territorio incontrano formaggi stagionati, erborinati, salumi e cioccolato.

Sabato 19 dicembre, alle ore 16.30, spazio al gusto con un percorso sensoriale attraverso i gioielli enologici del territorio con abbinamenti incrociati dei migliori prodotti tipici della zona: dai formaggi, ai salumi, fino al cioccolato e ai dolci natalizi.

Merry Sagrantino si avvarrà, inoltre, della collaborazione dei sommelier FIS che accompagneranno winelovers e curiosi in questo suggestivo viaggio attraverso la tradizione enologica e gastronomica montefalchese.

La degustazione guidata, con posti a sedere limitati, ospiterà le denominazioni Montefalco Sagrantino DOCG, Montefalco Sagrantino Passito DOCG, Montefalco Rosso DOC e Trebbiano Spoletino di tutte le aziende del territorio aderenti.

I più golosi potranno scoprire i sapori più autentici della Ringhiera umbra provenienti dalle migliori aziende locali: grissini al farro biologico, pane con le vinacce di Sagrantino, tozzetti e mandorle glassate al cioccolato fondente di Tradizionalpane; salsa di lumache al sugo e con i ceci di Cantalupo Lumache; prosciutto crudo,guanciale e salame alle vinacce di Sagrantino dalla Macelleria del Corso; selezione di formaggi, erborinati e stagionati dalla Fattoria Morella di Trevi.

Merry Sagrantino

Sabato 19 dicembre

Degustazione alle ore 16.30

Piazza del Comune, Montefalco (PG)

Costo degustazione E10,00

Posti limitati

Info e prenotazioni: 0743/379590 – 0742/378490 – info@consorziomontefalco.it

Consorzio Tutela Vini Montefalco

P.zza del Comune, 16 – 06036 Montefalco (PG)

Tel./Fax +39.0742.379590

info@consorziomontefalco.it – www.consorziomontefalco.it

Ott 29

Bentornato Novello 2015

Enogastronomia

Torna il vino novello sulle tavole degli italiani. Via libera da domani 30 ottobre

Solo 2mln di bottiglie prodotte, minimo storico per quello che nasce come “il vino da bere giovane”

castagnevino

Arriva il vino novello Made in Italy della nuova vendemmia 2015, con le circa 2 milioni di bottiglie prodotte che potranno essere stappate a partire dalla mezzanotte e un minuto di venerdì 30 ottobre

Quest’anno il “deblocage” è anticipato, secondo quanto disposto dal decreto del ministero delle Politiche agricole, di quasi tre settimane rispetto al concorrente Beaujolais Nouveau francese che si potrà assaggiare solo a partire dal 19 novembre 2015.

La qualità si prevede buona, ma la produzione risulta in forte calo rispetto al passato, tanto da aver raggiunto il minimo storico, per un fatturato sceso a circa 6 milioni di euro. Basti dire che appena dieci anni fa se ne producevano ben 17 milioni di bottiglie.

Il vino da bere giovane, anche se apprezzato come prima produzione enologica dell’anno, ha perso dunque lo smalto del passato. All’origine del fenomeno c’è una serie di fattori, a partire dalla limitata conservabilità, che ne consiglia il consumo nell’arco dei prossimi 6 mesi.

Anche la tecnica di produzione incide sul ribasso della sua produzione, la macerazione carbonica infatti, tecnica di vinificazione di cui vi parlai in un precedente articolo, è più costosa di circa il 20 per cento rispetto a quelle tradizionali e gli stessi vitigni che negli anni passati rappresentavano la base del novello vengono oggi spesso utilizzati per produrre vini ugualmente giovani, ideali per gli aperitivi, ma che non presentano problemi di durata.

Il “vino da bere giovane” è nato negli anni ’50 in Francia nella regione Beaujolais e le sue caratteristiche sono determinate dal metodo di vinificazione utilizzato che è stato messo a punto dal ricercatore francese Flanzy ed è fondato appunto sulla macerazione carbonica.

Leggero, con bassa gradazione (11 gradi) e bouquet aromatico, il novello viene consumato soprattutto in abbinamento con i prodotti autunnali come le caldarroste. Ironia della sorte, il novello raggiunge il minimo storico proprio nell’anno che vede il raccolto 2015 di castagne Made in Italy per la prima volta in ripresa dopo la vera e propria strage causata dagli attacchi del cinipide, il parassita cinese che fa seccare gli alberi ed ha provocato nei boschi italiani una vera strage.

Ott 27

SIPAP: ottobre, mese del benessere psicologico

Primo Piano

Csipaperta di fare cosa gradita ed utile, accolgo con piacere la richiesta da parte della Dott.ssa Cerchia, Psicologa, di pubblicazione dell’iniziativa che la SIPAP organizza ogni anno per il mese di ottobre: seminari e consulenze gratuiti inseriti in una campagna di sensibilizzazione alla cultura del benessere individuale.

Per maggiori informazioni : www.sipap.it/mese-del-benessere-psicologico

Dott.ssa M.G. Fanciulli

——————————————————-
Cos’è il Benessere Psicologico?

E’ la condizione psicologica e fisica ottimale che permette di:

stare bene con se stessi e con gli altri
realizzare se stessi e raggiungere i propri obiettivi
prendere decisioni risolvere difficoltà nelle relazioni
sapere affrontare gli eventi stressanti
Il benessere psicologico migliora la qualità di vita e aiuta a prevenire possibili disagi nel rapporto con se stessi e con gli altri. La ricerca del proprio benessere promuove la crescita personale e migliora la convivenza civile tra le persone.

Il Mese del Benessere Psicologico è una campagna di sensibilizzazione e promozione della cultura del benessere della persona che punta a migliorare la qualità della vita.
Il Mese del Benessere Psicologico è realizzato grazie alla disponibilità di psicologi, liberi professionisti, i quali offrono consulenze e seminari gratuiti.

L’iniziativa nasce con l’obiettivo di :

Promuovere il Benessere Psicologico come valore fondante e ideale della qualità di vita di ciascuna persona, come fattore di crescita personale e di mantenimento dell’equilibrio dell’esistenza personale e sociale;
Informare sul ruolo dello psicologo e sulle sue funzioni nonché sull’esistenza di centri e studi sul territorio che erogano servizi clinici e di consulenza affinché si abbia un’alternativa al servizio pubblico;
Far conoscere il panorama delle professionalità che ruotano attorno al mondo della psicologia per sapere, a seconda dei casi, a chi sarebbe più opportuno rivolgersi (psichiatra, neurologo assistente sociale ecc).

PER INFO E PRENOTAZIONE CONSULENZA GRATUITA: n. verde 800766644, segreteria SIPAP 0662208054 e 3334027140
www.sipap.it.

Nell’ambito di questa iniziativa come referente per il comune di Guidonia la dott.ssa CERCHIA offre consulenze gratuite in Via Poli 10,I (Loc. Setteville Nord).

Per prenotare una consulenza in Via Poli 10, I (Setteville Nord) tel. 3471766703

—————————————————–

Ott 22

Franciacorta Satèn

Senza categoria

10704114_10202998029967887_1729250052742952414_n

Lussureggiante, maturo, morbido, rotondo. Ricorda l’incantevole sensualità che distingue la donna che si ha nel cuore. Uno di quei vini che fanno vibrare i sensi. Franciacorta Satèn, la femminilità e l’eleganza della seta

Così un noto produttore ne decanta i tratti salienti. Il Satèn è una delle massime espressioni dell’armonia, del piacere e del gusto del Franciacorta.

Per questa tipologia di spumante tradizionalmente si utilizzava il termine “Crémant”, che stava a indicare un Franciacorta elaborato in modo da sviluppare meno anidride carbonica e pertanto con una spuma più delicata del Franciacorta tradizionale. Il regolamento Cee 2045/89 del Consiglio europeo del 14/06/1989 introdusse nuove norme di utilizzazione della definizione “Crémant” che venne riservata esclusivamente ai vini francesi.

Per tal motivo nel 1990, grazie alla collaborazione e all’intuito di alcuni esperti della comunicazione, fu dato a questo particolare Franciacorta il nome “Satèn”. L’individuazione del termine è stata il frutto di una ricerca guidata attraverso un preciso percorso e un obiettivo: trovare un nome che, rispondendo a requisiti di musicalità e fonetica, designasse in modo sintetico la semplicità e il ricordo sensibile e puro della parola “seta” (come morbidezza e consistenza di tessuti) e della parola “satinato” (come immagine riflessa nel colore).

Nel biennio 1994/1995 contemporaneamente allo studio di zonazione viticola e enologica della Franciacorta, un panel sensoriale allenato di enologi e produttori della zona, effettuò 184 degustazioni di quel particolare vino per definire e codificare il metodo speciale di elaborazione, la migliore tipologia e le caratteristiche chimico fisiche e organolettiche del Franciacorta Satèn

Nel 1995, il Consorzio Franciacorta registrò il marchio “Satèn” per individuare quella particolare tipologia di Franciacorta, riservandola solo ai produttori associati al Consorzio di tutela che ne hanno piena disponibilità purché si attengano alle rigide norme di produzione. Il nome poteva essere usato dai soli produttori associati al Consorzio. Col Disciplinare pubblicato in G.U. il 7 luglio 2008 il Franciacorta “Satèn” diventa a tutti gli effetti una nuova tipologia che può essere prodotta da tutti i fruitori della Denominazione, associati e non al Consorzio.

Ma quali sono i segreti di produzione e le caratteristiche organolettiche che lo rendono così unico e speciale?

Rielaborati statisticamente e interpretati tutti i dati raccolti, la Commissione Tecnica del Consorzio ha stabilito e definito le caratteristiche produttive, chimico/fisiche e organolettiche del Franciacorta Satèn e la sua Carta d’identità:

Uvaggio: uve Chardonnay (prevalenti) e Pinot bianco fino ad un massimo del 50% (blanc de blanc). Non è consentito l’impiego di uve Pinot nero.

Unicità: rispetto agli altri Franciacorta è caratterizzato da una minore pressione in bottiglia, inferiore a 4,5 atmosfere, che ne determina la peculiare morbidezza gustativa.

Presa di spuma: Per il satèn si possono al massimo aggiungere 20 gr/litro di zucchero all’atto della presa di spuma.

Tempi di affinamento sui lieviti (dall’imbottigliamento alla sboccatura): 

  • Franciacorta Satèn: 24 mesi
  • Franciacorta Satèn millesimato: 30 mesi
  • Franciacorta Satèn riserva: 60 mesi 

Il contenuto di zucchero non deve essere superiore a 15 gr/litro e cioè viene prodotto solo nella tipologia brut.

Le caratteristiche e le peculiarità sensoriali che identificano e differenziano il Franciacorta Satèn sono il perlage finissimo e persistente quasi cremoso, il colore giallo paglierino anche intenso, sfumato ma deciso profumo di frutta matura, accompagnato da delicate note di fiori bianchi e di frutta secca anche tostata (mandorla e nocciola); al gusto, una piacevole sapidità e freschezza si armonizzano con un’innata morbidezza che ricorda le sensazioni delicate della seta. La sua armonia e morbidezza accompagnata dal gusto secco lo rendono ideale a tutto pasto, ma eccezionale con le paste al forno, i risotti delicati e piatti a base di pesce (storione, salmone, trota, coregone, tinca del lago d’Iseo ma anche tutto il pesce di mare), carni bianche.

Quello che oggi voglio proporvi per degustare al meglio questo affascinante spumante, e vista anche la stagione autunnale, è un delizioso risotto alla zucca. Ecco a voi la ricetta.

Risotto alla zucca, rosmarino e amaretti

risotto_rosmarino_zucca_amaretti3

INGREDIENTI

Per 4 persone:

  • 300 gr. zucca
  • 320 gr. riso Carnaroli
  • 1 scalogno
  • un bicchiere Curtefranca bianco
  • 1 rametto di rosmarino
  • 4-5 amaretti tipo secchi
  • 20 gr. olio oliva extravergine
  • 50 gr. burro
  • 50 gr. Grana padano
  • brodo vegetale
  • sale
  • pepe

PREPARAZIONE

Stufare lo scalogno tritato in una padella con olio extravergine, aggiungervi la zucca a pezzetti, rosolare per qualche minuto e aggiungere il brodo vegetale fino a coprire.

Cuocere lentamente per 15/20 minuti e frullare il tutto.

In una pentola, scaldare 10 gr. di olio e tostare il riso, sfumare con il vino, continuare la cottura aggiungendo un mestolo di brodo e la crema di zucca, cuocere a fuoco vivace aggiungendo il brodo man mano che viene assorbito dal riso, fino a cottura (circa 15 minuti).

Togliere dal fuoco e mantecare con burro, formaggio e rosmarino, impiattare, in 4 piatti e cospargervi sopra l’amaretto sbriciolato.

 

Pagina 1 di 11112345...102030...Ultima »