Ott 14

La Nuova Scuola di Marcosimone

Attività Comitato

scuola dall elicotteroGrazie a Massimo Franceschini per questa splendida fotografia che rimarrà nella storia del nostro quartiere.

Sia chiaro: Quando critichiamo questa amministrazione lo facciamo perché non condividiamo l’oggetto della critica. Noi siamo i cittadini, quelli che vivono sulla loro pelle gli errori della politica anche se fatti in buona fede. Le motivazioni sono legate alla visione di una compromissione del futuro, di progetti illogici che impoveriscono la collettività e allo sperpero di denaro e il conseguente aumento indiscriminato delle tasse che sempre meno persone pagano, per un motivo o per l’altro. Chi fa le sue scelte avvolte scellerate dovrà assumersene la responsabilità anche negli anni a venire. Tante cose abbiamo contestato al Sindaco e a questa Amministrazione anche duramente. Questa volta vogliamo criticare bastion contrari, quelli che hanno sempre sostenuto che nulla di buono sarebbe mai potuto accadere, quelli che fino all’ultimo hanno e cercano di osteggiare anche i buoni propositi. Critichiamo alcuni modi di fare ottusi e mai propositivi. Critichiamo chi quel giorno disse “la scuola non si farà mai vi stanno prendendo in giro”. Critichiamo quel modo di fare politica che punta alla distruzione del prossimo e mai alla condivisione e al plauso per un risultato ottenuto a favore della cittadinanza. Critichiamo chi ha sempre da ridire e mai una volta prova a mettersi nei panni di chi si assume delle grosse responsabilità. Sindaco, amministrazione tutta, politici da strapazzo, cittadini complici e catastrofisti che accusano ma non partecipano al cambiamento se non con le loro lamentele da tastiera sudaticcia. Sindaco, l’occasione per farci venire i brividi l’ha avuta, e siamo mortificati per come è andata a finire, sia questa foto per Lei di gratificazione e di vanto e di memoria di come sarebbe potuto essere tutto diverso, ma sia anche di lezione per tutti gli altri su come alle volte la volontà e l’unione possa determinare risultati avvolte incredibili.

Per rispondere ai molti che passando per il tratto di via anticoli corrado ancora sterrata, dove sorge la nuova scuola, si chiedono cosa abbia di ecologico un manufatto cosi grande e grigio.

Proviamo a rispondere secondo quanto ci ha riferito l’Ingegnere responsabile dei lavori: utilizzare materiali diversi dal cemento armato per una infrastruttura così grande è praticamente impossibile. Ci rassicura l’ingegnere che il tutto è funzionale per il rispetto dell’ambiente e per la tutela della salute e della sicurezza dei bambini. Dalle camere di ventilazione in polipropilene che disperdono l’umidità e convogliano il gas radon, se presente fuori dall’edificio. In breve, il gas radon è un gas radioattivo pericolosissimo mortale che dal terreno risale e staziona negli edifici che se non opportunamente ventilati ristagna e inalato è causa di tumore ai polmoni. ( abbiamo chiesto al nostro redattore della rubrica ambientale di approfondire, nel frattempo raccomanda di areare spesso le sale interrate e seminterrate). Già questa accortezza da parte della ditta costruttrice sarebbe sufficiente, considerato che i bambini stazionano all’interno degli edifici scolastici dalle 6 alle 8 ore, essendo esclusivo vantaggio dei piccoli utenti. Passando agli interni e agli esterni, la scuola sarà verniciata con vernici di vario colore innovative. La vernice antismog che sarà utilizzata avrà proprietà di abbattimento degli odori, autopulente, battericida. Inoltre il riscaldamento sarà a pavimento, ci saranno i pannelli solari e quelli fotovoltaici per il contenimento della co2 e tante altre accortezze per il rispetto dei più alti standard ambientali per una maggiore eco-sostenibilità, il tutto immerso nel verde messo in opera dall’azienda stessa, assieme a quello che già circonda l’edificio. Desideriamo sia una bella scuola per i nostri figli. Oramai crediamo non si possa non augurarci che sia completata il prima possibile. Ed è qui che vi è l’ennesima sorpresa. Se il tempo assisterà, i lavori finiranno prima di quanto stabilito…….. molto prima.  

 

 

Set 27

IL CIBO DEGLI ANTICHI

Enogastronomia

EXPO: “AL NO FARMER NO PARTY” UN EXCURSUS SUL CIBO DEGLI ANTICHI

DA MANNA A MONOCOCCO, TORNANO ANTENATI MADE IN ITALY

agricoltura

Dalla manna al vino cotto, dal grano saragolla a quello monococco tornano gli antenati del Made in Italy, i cibi più antichi dalla preistoria alla Bibbia fino agli Egizi e all’Impero romano

Inaugurata da Coldiretti la prima esposizione dedicata ai prodotti salvati nei secoli dagli agricoltori italiani nel Padiglione Coldiretti “No Farmers No Party” all’inizio del cardo sud, con il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo.

La manna deve la sua fama universale all’episodio riportato nella Bibbia degli Ebrei guidati da Mosè che erravano attraverso il deserto del Sinai, piegati dagli stenti e dalla fame, che ricevevano da Dio questi fiocchi bianchi e dolci dal gusto di miele. A salvarla dall’estinzione sono stati gli agricoltori siciliani, che la estraggono dal frassino per utilizzarla come dolcificante per i diabetici, nelle cure dimagranti e nelle terapie disintossicanti.

Viene, invece, dall’antica Roma il vino cotto, bevanda marchigiana prodotta facendo bollire il mosto di uve bianche o rosse in caldaie di rame e lasciata quindi a fermentare e riposare in botti di legno per anni. I patrizi e gli imperatori romani concludevano i loro succulenti banchetti con calici di cotto proveniente dalle campagne picene, tanto che Plinio il Vecchio, nel I secolo d.C., ne descrive il metodo di preparazione e la considera tra le bevande più ricercate d’Italia.

Risale addirittura a 23 mila anni fa il grano monococco (Triticum monococcum), la specie geneticamente più semplice ed antica di grano coltivato, originario della zona centro-settentrionale della Turchia. Anche l’esame della famosa mummia di Similaun (3350-3310 a.C.) ha accertato la presenza del grano monococco a base della dieta nell’età del rame.

La coltivazione di questo cereale scompare però alla fine dell’età del Bronzo (1000-900 a.C.), ma in Lombardia alcuni agricoltori hanno deciso di recuperarla, valorizzandone le caratteristiche dietetico-nutrizionali, grazie all’ottima composizione della sua farina, al basso livello di glutine ed al limitato impatto ambientale della sua produzione.

Dalle Piramidi deriva, invece, il grano saragolla, conosciuto anche come Grano degli Egizi o del Faraone, che oggi si coltiva in Abruzzo dove fu introdotto nel 400 d.C. Quasi abbandonata con l’avvio delle importazioni di grano dall’estero, la coltivazione del saragolla è stata salvata dai piccoli agricoltori della zona collinare del basso Adriatico.

I Muscari, oggi conosciuti come lampascioni, erano particolarmente amati dai Romani che nei pranzi nuziali erano soliti offrirli come cibo augurale per la fecondità degli sposi. Ricercati fin dall’antichità sia per le proprietà benefiche per stomaco e intestino, sia per i loro presunti effetti afrodisiaci, ebbero un posto di rilievo nei trattati di medicina nonché nelle diete proposte dai più famosi personaggi dell’antichità come Galeno, Plinio il Vecchio, Pedanio e persino da Ovidio. La loro coltivazione è stata recuperata in Basilicata.

Anche l’idromele, bevanda a base di miele era molto noto nell’antichità come “la bevanda degli dei” che Omero chiamava ambrosia. Secondo alcuni si tratta addirittura della bevanda fermentata più antica del mondo, più della birra. Era tradizione, in molte parti d’Europa, che alle coppie appena sposate fosse regalato idromele sufficiente per la durata di una luna, un periodo di tempo di quasi un mese. Il termine “luna di miele” deriva proprio dal fatto che per la durata di una luna la coppia godeva del consumo di questa deliziosa bevanda.

Tipico del borgo piemontese di Cortereggio, fondato dai romani, il fagiolo Piattella canavesana di Cortereggio era divenuto un vero e proprio bene di scambio per acquistare l’uva del Monferrato. Scomparso dai mercati fin dagli anni ’80 del secolo scorso, è stato salvato grazie alla lungimiranza di un agricoltore che ne ha consegnato qualche kg all’università di Torino per conservarne il germoplasma. Oggi la Piattella continua così ad essere prodotta con la stessa qualità di una volta ed è entrata addirittura nel menù dell’astronauta italiana Samantha Cristoforetti.

E’ nato, invece, dall’incontro tra la cultura agroalimentare friulana e quella germanica il Prosciutto di Sauris Igp. La tecnica di produzione, infatti, è legata alla tradizione delle popolazioni tedesche, insediatesi in Friuli Venezia Giulia nel secolo XIII, di lavorare e conservare, attraverso l’affumicatura, la carne e le cosce suine, Da allora, il metodo dell’affumicatura viene tutt’oggi effettuata con le stesse modalità, per assicurare al prodotto le caratteristiche inconfondibili per le quali è conosciuto e apprezzato anche al di fuori dei confini regionali e nazionali.

Dall’antica tradizione contadina derivano poi altre specialità come iI boudin valdostano, particolare salume prodotto con patate bollite, pelate a mano e lasciate raffreddare, alle quali vengono aggiunti cubetti di lardo, barbabietole rosse (ottimo conservante naturale), spezie, aromi naturali, vino e sangue bovino o suino.

Anche il mais sponcio ha una storia che risale al 1500, quando viene introdotto nelle zone montane di Belluno. Presenta spighe affusolate a tutolo bianco, con semi dalla inconfondibile forma a punta (rostro), da cui il nome dialettale sponcio, cioè che punge, ed è la base della tradizionale polenta gialla di montagna: densa, soda, forte e profumata, con le caratteristiche pagliuzze marroni.

Ma è ripresa anche la coltivazione del farro, uno dei primissimi cereali coltivati dall’uomo, proveniente dalla Mesopotamia, da cui, attraverso l’antico Egitto e il Mediterraneo, arrivò nella penisola italica. Molto coltivato nell’antichità, con tracce che risalgono al 7000 a. C., menzionato anche nella bibbia (Ezechiele 4-9), ebbe grande prestigio durante il periodo romano e i legionari ne portavano sempre delle scorte con sé nei loro movimenti da un territorio all’altro.

 

Set 09

Quanti posso dire di non averlo mai fatto, al mare, per strada, nei bagni………

Ambiente

mozziconi

Dedicato a chi pensa che non sia un problema prioritario multare chi getta il mozzicone..: L’Istituto Superiore Della Sanità ha calcolato che in in Italia vengono gettati 51 miliardi di mozziconi all’anno.

L’ENEA dichiara che in un anno nell’ambiente attraverso i mozziconi vengono dispersi:

324 tonnellate di nicotina;

1.872 milioni di becquerel di un elemento
radioattivo come il polonio-210;

1.800 tonnellate di composti organici
volatili (come il benzene);

21,6 tonnellate di gas tossici (tra cui
acido cianidrico ed ammoniaca);

1.440 tonnellate di catrame condensato;

12.240 tonnellate di acetato di cellulosa.

4.000 sostanze chimiche,
classificabili, a seconda dei casi,
come: irritanti, nocive, tossiche, mutagene,
cancerogene. Di fatto, almeno 250 di tali
sostanze sono considerate nocive e almeno
50 sono riconosciute come cancerogene.
Tra le sostanze a rischio le più note sono
i carcinogeni come: benzopirene, fenolo,
formaldeide, arsenico, piombo, cadmio,
acetone, nicotina, benzene, acetaldeide, nitrati,
butano e ammoniaca.

Insomma, una ferita alle risorse naturali che causa l’omicidio di massa anche di persone innocenti che non hanno mai fumato e un grosso aggravio delle spese di gestione di questo inquinamento a partire dalla depurazione delle acque reflue.

Ora quello che bisognerebbe fare a parere mio non è solo multare le persone che tanto all’italiana maniera nasconderanno la mano come l’esperienza suggerisce. L’idea è tanto semplice quanto realizzabile.

Industria quante sigarette hai venduto? 10 sigarette? 10 mozziconi dovrai consegnare alla ditta smaltitrice.

A seguire: tabaccaio quante sigarette hai venduto? 10 sigarette? 10 mozziconi dovrai consegnare all’industria prima di un ulteriore approvvigionamento.

Consumatore quante sigarette hai consumato? 10 sigarette? 10 mozziconi dovrai consegnare al tabaccaio prima di ricevere un ulteriore nuovo pacchetto.

Facile no?

p.s. la legge vale anche per i chewingum, multe da 150 a 500 euro ma per le sigarette non è sufficiente rispetto alla gravità della sostanza rilasciata in ambiente e al danno arrecato alla salute.

Sergio Norrito

Ago 02

Il Friulano, fu Tocai

Enogastronomia

Il Friulano, fu Tocai. Il destino del  nome  di un grande bianco italiano

“Che cos’è un nome? Quella che chiamiamo rosa, con qualsiasi altro nome avrebbe lo stesso profumo”

W. Shakespeare, Romeo e Giulietta

 

Chi potrà mai dimenticarlo, il “Tocai”, ricordo ancora il suo solenne funerale al Vinitaly 2007. Era morto con onore sul campo di battaglia, dove due stati, l’Italia e l’Ungheria, a suon di sentenze e di ricorsi, se ne contendevano il nome. Oggi chiedete a un friulano qual è l’ultima guerra che ha perso, vi risponderà senza esitazione: quella del tocai.

Dal 2007, infatti, il pregiato vino bianco, da uve omonime coltivate in Friuli e Veneto, dopo una sentenza della comunità europea, ha dovuto cambiare denominazione: troppo simile a quella del tokai ungherese e slovacco, vino altrettanto pregiato ma diversissimo per caratteristiche e gradazione.

Ma non solo, mentre il nostro Tocai è prodotto da uve Tocai al 100%, il Tokaji ungherese è invece un assemblaggio ottenuto da uve Furmint, Hàrzevelu e Muscat lunelu, ed il cui nome sta ad indicare una precisa area geografica.

Così in Veneto il Tocai è diventato tai, nelle tipologie bianco, rosato e rosso (meno note ma altrettanto apprezzate, pur non essendo vini di grande corposità). Una contrazione del termine che ha anche una base dialettale, poiché tai in friulano significa anche bicchiere di vino. E’ cosa normale infatti, sentir ordinare nelle osterie o in una frasca, un “tai di blanc”, che è stato sempre inteso per un bicchiere di Tocai; viceversa il tai di neri era per un vino da diversi vitigni rossi.

In Friuli invece, la denominazione è diventata appunto Friulano e questo almeno a sottolinearne il forte legame con il territorio di appartenenza. Il riferimento riguarda solo i vini bianchi. Il vitigno Tocai friulano costituisce una parte importante delle varietà permesse all’interno dei disciplinari di sette zone DOC del Friuli Venezia Giulia (Colli Orientali del Friuli, Collio, Friuli Annia, Friuli Aquilea, Friuli Isonzo, Friuli Latisana e Friuli Grave) ma anche in numerose DOC fuori regione, come ad esempio quelle venete di Bagnoli di Sopra, Breganze, Colli Berici, Colli Euganei, Corti Benedettine del Padovano, Garda, Lison-Pramaggiore, Merlara, Riviera del Brenta, San Martino della Battaglia e Piave.

La storia del Tocai friulano è piuttosto complessa, e in molti punti si intreccia con quella del Tokaji ungherese, contribuendo a creare una certa confusione riguardo al vitigno dal quale si ottengono i due vini.

Diverse sono le interpretazioni storiche più o meno chiacchierate, tuttavia studi recenti, avviati a Conegliano intorno agli anni ’70, hanno posto in evidenza diverse somiglianze con il vitigno Sauvignon, ma le analisi sul DNA effettuate in seguito, hanno rivelato che il vitigno Tocai friulano altro non era che il Sauvignonasse, vitigno presente nei vigneti del Bordolese e oggi quasi scomparso, che arrivò in Friuli, probabilmente assieme al Sauvignon, nel periodo in cui, a metà dell’Ottocento, si iniziarono a coltivare i vitigni francesi nei vigneti friulani. Sembra verosimile far risalire al matrimonio tra il Conte de La Tour e la nobildonna friulana Ervina Ritter, la prima vera importazione in regione di vitigni francesi.

Quest’ultima ipotesi confermerebbe la completa autonomia dei due vini indagati, ovvero l’origine francese del Tocai friulano e la derivazione della denominazione di quello ungherese dalla regione da cui da sempre proviene. Tale affermazione troverebbe inoltre il suo fondamento nella diversità che li caratterizza, sia per vitigno che per vino. Basti solo ricordare che il Tocai friulano è un vino secco, fruttato, con uno spiccato sapore di mandorla; quello ungherese, benché possa esistere anche in versione secca (szàraz) o abboccata (édes), è famoso per la sua versione dolce, anzi dolcissima, di colore ambrato, con circa 15 gradi di alcol ed una altissima concentrazione di zuccheri residui.

Andando aldilà delle politiche di penetrazione dei mercati, che non hanno voluto salvaguardane il nome, il Tocai friulano rimarrà sempre uno dei tesori agroalimentari più noti e preziosi, il vitigno che forse più di ogni altro si identifica con la propria regione, coinvolgendo non solo l’aspetto economico-sociale ma anche storico-culturale.

Il Friulano è un vino fine, delicato, elegante, ricco di struttura ed equilibrato, ottenuto da uve prodotte in quantità da viti nodose e contorte. Il colore è giallo paglierino o dorato chiaro, luminoso. E’ un vino dall’ampio bouquet in cui si percepisce la prevalenza dell’armonia delle note vegetali del fieno, dei fiori di campo, del timo, della camomilla fusi a rimandi vinosi e minerali di esemplare pulizia. Quanto promette al naso, il Friulano lo conferma al gusto che individua la sua caratteristica principale nel sentore di mandorla gentile che lascia nel finale in bocca. Lo si sorseggia per il piacere di scoprire ogni volta una nota diversa.

E’ un vino che nelle versioni vinificate in legno, dimostra un’insospettabile capacità d’invecchiamento, con vini ancora ottimi a cinque, sei anni dalla vendemmia. Le versioni fresche invece sono fruibili già nell’anno successivo a quello di vendemmia, grazie alla capacità di mantenere integre le sensazioni dell’uva pienamente matura.

Il mio suggerimento di oggi, sarà quello di acquistare una buona bottiglia di Friulano, ed abbinarla, perché no, ad un’altra eccellenza di questo territorio: il Prosciutto di San Daniele.

Come il Friulano, anche questo nobile prodotto di territorio, vanta una storia e una tradizione molto antica. Sembra che, ma comunque ve lo posso confermare in prima persona,  Friulano con pane e Prosciutto San Daniele ben stagionato, sia il binomio perfetto per un viaggio alle radici del gusto di questa terra, tanto che anche Bob Dylan, presente quest’anno a San Daniele del Friuli, nell’ambito della manifestazione “Aria di Festa” – dove il prosciutto fa da autentico padrone di casa – ne è andato particolarmente ghiotto.

Oggi, dopo il suo gran parlare, i fiumi d’inchiostro versati a suo favore, il Friulano ha avuto il modo di farsi conoscere per le sue grandi potenzialità, e questo ben oltre i confini nazionali, i suoi successi qualitativi ne hanno fatto un vino di gran moda e molto apprezzato dagli intenditori di tutto il mondo.

Beviamo Friulano allora, seguendo un famoso detto locale che recita: “cul Tocai a sparissin duc’i mai” e cioè che con il Tocai spariscono tutti i mali. E di questi tempi ne abbiamo davvero bisogno. Prosit.

Lug 24

Calendario delle Giornate Ecologiche per il Ritiro dei Rifiuti Ingombranti, Speciali e Pericolosi

Ambiente

Lug 15

Attenzione! Scadenza di pagamento del servizio scuolabus il 31 luglio

Primo Piano

scuolabusNovità importanti sul trasporto scolastico per l’anno 2015-2016. Le famiglie che hanno chiesto di usufruire dello scuolabus sono chiamati a versare entro il 31 luglio l’importo pari al 50% della retta annuale, ovvero € 112, 50. Il settore della pubblica istruzione ha preso tale decisione per limitare il numero di cittadini morosi. Senza l’acconto del 50% non si è ammessi alla graduatoria definitiva. Inoltre, chi non avrà saldato eventuali morosità relative agli anni precedenti, sempre entro il 31 luglio, non avrà ugualmente accesso al servizio.

Il pagamento dovrà essere effettuato tramite bollettino postale debitamente compilato a cura dell’Utente, sul  C/C POSTALE  66684838–  INTESTATO  A:

Comune  di Guidonia Montecelio – Tesoreria comunale, Servizio trasporto scolastico anno 2015/2016 – Causale :  1 rata –  nome alunno.

In alternativa con bonifico IBAN  IT80 H0760103200000066684838  INTESTATO A :

Comune  di Guidonia Montecelio – Tesoreria comunale  –  Servizio trasporto scolastico anno 2015/2016 – Causale :  1 rata –  nome alunno. 

La ricevuta di pagamento va quindi inviata via  fax  0774 301269  e/o   via Email  scuolabus@guidonia.org  – pubblicaistruzione@guidonia.org  entro il 31 luglio,  pena l’esclusione dalla graduatoria  definitiva.

Successivamente sarà pubblicata la graduatoria aggiornata.

Per qualsiasi informazione attinente a detto servizio, rivolgersi ai seguenti contatti: 0774/301232 – 277

Lug 04

Cosa deve fare la scuola se un bambino presenta difficoltà di apprendimento già al primo anno di primaria?

Primo Piano

dsa 1Cosa deve fare un genitore quando suo figlio, in prima elementare, accusa una difficoltà negli apprendimenti?
Qual è l’atteggiamento che deve aspettarsi da parte delle maestre?

Sappiamo che c’è un Decreto interministeriale del 17 aprile 2013 (così come già la Legge 170/10) che prevede che i bambini con diagnosi di DSA (ossia di Disturbo Specifico dell’Apprendimento) hanno diritto sia alla formulazione di un piano di intervento e/o di abilitazione clinici, che di un piano didattico personalizzato da parte della scuola.

Tuttavia, le stesse normative prevedono e riconoscono la necessità (da parte della scuola!!!) di iniziative di identificazione precoce dei casi sospetti di DSA attraverso un percorso distinto in 3 fasi:
1.individuazione dei casi sospetti di DSA
2.attività di potenziamento
3.individuazione dei casi resistenti all’intervento di potenziamento

Potrebbe sembrare illogico intervenire con attività didattiche mirate con alunni che manifestano difficoltà di apprendimento nella letto-scrittura e/o calcolo o che presentano indici di rischio per lo sviluppo di un DSA ancor prima del termine del secondo anno della scuola primaria, che rappresenta invece il momento per poter emettere una diagnosi di DSA.

Tuttavia, le stesse raccomandazioni per la pratica clinica sottolineano che “nell’arco del primo anno della scuola primaria è opportuno che gli insegnanti realizzino delle osservazioni sistematiche e periodiche delle competenze di lettura e di scrittura con l’obiettivo di realizzare attività didattiche-pedagogiche mirate” e vengono individuati alcuni indicatori che già al termine del primo anno della scuola primaria potrebbero far sospettare la presenza di difficoltà di apprendimento.
Possibili indicatori significativi sono la difficoltà nell’associazione grafema-fonema e/o fonema-grafema, il mancato raggiungimento del controllo sillabico in lettura e scrittura, l’eccessiva lentezza nella lettura e nella scrittura, la difficoltà o l’incapacità a produrre le lettere in stampato maiuscolo in modo riconoscibile.

Questa indicazione di adottare un atteggiamento di tipo preventivo circa le difficoltà di apprendimento, è in linea con le recenti linee di intervento che propendono per interventi tempestivi e precoci, i quali sembrerebbero essere maggiormente efficaci se condotti con adeguati strumenti didattici, indipendentemente che ci si trovi di fronte ad una difficoltà iniziale o ad un reale disturbo.

Del resto, pur riconoscendo la base neurobiologica dei DSA, tuttavia i fattori “biologici” interagiscono attivamente nella determinazione della comparsa del disturbo, con i fattori ambientali.
In effetti sembrerebbe proprio che, in virtu’ delle caratteristiche ortografiche della nostra lingua scritta che presenta, a parte rare eccezioni, un’alta trasparenza, metodi di insegnamento che prediligono l’attenzione ai fonemi risultino piu’ efficaci per consentire un migliore apprendimento della letto-scrittura. Ne consegue che alcuni fattori ambientali, come il metodo di insegnamento della abilità di letto-scrittura o le attività didattiche mirate e focalizzate sugli aspetti fonologici e metafonologici della lingua scritta possono ridurre gli effetti funzionali legati alle difficoltà.

La scuola può, quindi (individuando precocemente eventuali ritardi o difficoltà di apprendimento) rendere un servizio utile ai bambini attivando interventi di recupero che coinvolgono la scuola e la famiglia.

La tempestività è una delle variabili piu’ rilevanti per determinare l’efficacia di un intervento di recupero. In alternativa, sarebbe necessario aspettare il termine del secondo anno della scuola primaria per differenziare situazioni di disturbo da condizioni di difficoltà, per intraprendere un percorso di formulazione diagnostica e un intervento di recupero in terza o quarta classe primaria. Questa modalità di intervento si traduce però ai fini pratici in un ritardo nel poter modificare prognosticamente in senso positivo l’evoluzione dell’apprendimento, dato che in linea generale l’efficacia degli interventi sembra essere direttamente proporzionale alla loro precocità.

Interventi precoci e tempestivi sono quindi da preferire rispetto a posizioni piu’ attendiste, che possono magari migliorare l’accuratezza nell’identificazione dei soggetto con reali difficoltà o disturbi, ma rischiano di ridurre o addirittura vanificare, l’utilità e l’efficacia degli interventi.

L’obiettivo deve essere quello di intervenire precocemente con alunni in difficoltà di apprendimento per cercare di ridurre, per quanto possibile, l’effettofunzionale e secondario delle difficoltà incontrate. In altri termini, l’individuazione di alunni in difficoltà di apprendimento durante il primo e il secondo anno della scuola primaria, indipendentemente dal fatto che ci si trovi di fronte ad una difficoltà o a un disturbo reale, presenta degli indubbi vantaggi, tra cui primariamente quello di modulare fin dall’inizio le strategie didattiche di insegnamento sulle reali necessità degli alunni con bisogni educativi speciali.

In effetti, per i bambini in difficoltà nelle diverse aree dell’apprendimento la possibilità che l’insegnante ha di predisporre un percorso mirato può diventare un utile strumento sia per aiutarli a recuperare e superare le difficoltà sia per chiarire meglio la natura del problema.

Infine, è sempre bene ricordare che una programmazione didattica personalizzata ed un intervento di recupero con alunni in difficoltà non si devono limitare a prevedere attività da svolgere unicamente sugli aspetti da recuperare, dato che un lavoro troppo selettivo potrebbe generare frustrazione con conseguenti risposte di evitamento: piuttosto, un intervento di recupero deve miscelare e proporre contenuti in modo equilibrato che sollecitino sia i punti di debolezza che i punti di forza del bambino.

Inoltre, nelle attività di recupero condotte è molto rilevante prevedere il coinvolgimento di altri bambini in modo da organizzare delle abilità di apprendimento per i livelli di abilità simili o diversi: questa modalità di cooperative learning consente, nel primo caso, al bambino in difficoltà di essere affiancato da coetanei vicini al suo livello di apprendimento, e quindi di essere in grado di fornire risposte adeguate alle richieste, nel secondo caso invece di disporre di modelli di apprendimento di cui avvantaggiarsi.

In sintesi, “la rilevazione di alunni in condizioni di difficoltà di apprendimento (generiche o specifiche) in ambito scolastico richiede di avvicinare e calibrare nel miglior modo possibile la didattica ai bisogni del bambino, indipendentemente dal fatto che egli sia in possesso di una certificazione diagnostica e, comunque, ancor prima che venga definita un’eventuale diagnosi” (cit. da Alunni con Bes, Ianes-Cramerotti, 2013)

Per chi fosse interessato all’approfondimento, fornisco di seguito alcuni suggerimenti bibliografici
Legge 170/2010
Consensus Conference, 2007
Raccomandazioni cliniche sui DSA, PARCC, 2011
Alunni con Bes, Ianes-Cramerotti, 2013
Evoluzione delle modalità di lettura nel primo anno della scuola primaria e metodi di insegnamento, Ripamonti, 2007

MGF

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